Distretto Circolare Verde

Nasce una “Alleanza circolare”: aziende toscane e players leaders a livello internazionale partecipano all’avviso sull’impiantistica della Regione. Presentati gli studi di fattibilità di tre “Distretti Circolari” da concertare assieme ai territori, per risolvere il gap impiantistico. Oltre un miliardo di investimenti previsti.

Firenze, 31.03.22

– Il 31 marzo 2022 si sono chiusi i termini di presentazione a Regione Toscana delle manifestazioni di interesse dell’«avviso pubblico esplorativo” dedicato alle imprese per la realizzazione di impianti di recupero e riciclo che garantiscano il completamento del ciclo dei rifiuti con tecnologie innovative.

Gli orientamenti del “Nuovo Piano Regionale dell’economia circolare “presentano targets molto sfidanti al 2035: 80-85% di raccolta differenziata; 65% di riciclo; limite del 10% per il conferimento in discarica, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050 e gli indirizzi nazionali ed europei per lo sviluppo dell’economia circolare

La Regione ha scelto pertanto di affidare al sistema delle imprese il compito di proporre le nuove soluzioni tecnologiche, le aree e il piano di investimenti necessario per la realizzazione di una rete impiantistica sostenibile che si ponga l’obiettivo di raggiungere i target prefissati e superare il gap infrastrutturale attuale che causa alti costi ambientali e consistenti impatti economici per territori e cittadini. 

Si è lavorato su due direttrici: individuare le migliori tecnologie esistenti sul mercato per innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale; costruire proposte progettuali supportate dalle competenze e dalla esperienza di una solida rete di partner industriali e tecnologici, leader di settore dalla dimensione internazionale a quella locale. 

L’obiettivo è creare un sistema impiantistico dove, insieme al consolidamento delle filiere di riciclo, si possano trasformare i rifiuti residui e gli scarti in matrici energetiche, come i biocombustibili a carbonio riciclato,  in nuovi polimeri da reimmettere nel sistema produttivo, garantendo la chiusura del processo “end of waste”

La costruzione di soluzioni di economia circolare presenta un dilemma e una sfida: esplorare soluzioni mai realizzate prima, basate su tecnologie altamente innovative, non potendo contare sulle esperienze consolidate della economia lineare fondata sullo sfruttamento delle risorse, principalmente fossili. 

Nasce una  “Alleanza per l’economia circolare”, costituita da players locali e soggetti industriali leaders a livello internazionale, tra questi Alia Servizi Ambientali, Maire Tecnimont – NextChem, Scapigliato, Suez, Zignago Vetro, che ha lavorato alla progettazione  di tre progetti denominati “Distretti Circolari sulla base del modello progettato da NextChem”: poli integrati di tecnologie rinnovabili e della chimica verde, per il riciclo chimico e la produzione di polimeri riciclati, prodotti chimici, idrogeno e carburanti a basso contenuto carbonico, riciclando la plastica e recuperando rifiuti non riciclabili meccanicamente che ad oggi la Toscana conferisce in discarica, nei termovalorizzatori o spedisce all’estero con notevoli costi ambientali ed economici per i contribuenti. 

“Il Distretto Circolare” contempla un set di soluzioni tra le più avanzate nel campo della transizione ambientale ed energetica, che rispondono pienamente agli obiettivi di decarbonizzazione, innalzamento dei volumi di riciclo, abbattimento delle emissioni, riduzione del conferimento in discarica. 

Già in questa fase di elaborazione progettuale delle proposte, inquadrate dall’avviso “manifestazioni di interesse non vincolanti”, si è ritenuto comunque prioritario avviare un preventivo livello di confronto con le amministrazioni e i decisori rilevanti, per fornire tutte le indicazioni utili sulle potenzialità e le caratteristiche del progetto, le compatibilità ambientali, il piano di investimenti e le ricadute attese per i territori. 

Allo stato si tratta di proposte e studi di fattibilità che, nelle fasi successive, Alia e i proponenti hanno intenzione di presentare e condividere con un “metodo nuovo e partecipativo”, che prevede il coinvolgimento attivo delle comunità in tutte le fasi di presentazione e condivisione dei progetti con i territori e le amministrazioni. 

Saranno pertanto individuati appropriati percorsi di presentazione, ascolto e concertazione che consentiranno una analisi puntuale circa le tecnologie impiegate, l’inserimento paesaggistico, le emissioni, gli investimenti, gli occupati diretti e indiretti, i benefici per le filiere locali e per i territori.      

I 3 distretti oggetto delle manifestazioni di interesse presentate da Alia e dai partner tecnologici saranno localizzati nelle aree industriali di Empoli, Rosignano Marittimo e Pontedera, ed avranno le seguenti caratteristiche:

Distretto circolare Empoli: un distretto con tecnologie rinnovabili ed un impianto di riciclo chimico, denominato “Waste to methanol/H2″ che tratta gli scarti degli impianti di trattamento dei rifiuti da raccolta differenziata e gli scarti di lavorazione del rifiuto indifferenziato residuo, trasformandoli in metanolo e con possibilità di produzione di idrogeno. Tratterà circa 192.000 t/a, il costo di realizzazione è stimato in 365M/€. I rifiuti daranno vita a nuovi prodotti circolari: il metanolo ottenuto è un vettore energetico e può essere utilizzato sia nella produzione di biocarburanti e sia nei cicli produttivi dell’industria chimica. Il Distretto prevede una forte integrazione con le filiere locali del vetro e della carta. 

Distretto circolare Rosignano Marittimo: progetto “Waste to ethanol” che prevede l’ipotesi di fattibilità di un distretto circolare tramite la realizzazione di un impianto di riciclo chimico che tratta il rifiuto secco selezionato dai rifiuti urbani indifferenziati, il “plasmix” (miscela di plastiche eterogenee derivate dal riciclo dei materiali) e altri scarti provenienti dal trattamento delle raccolte differenziate, trasformandoli in etanolo, con possibilità di produzione di idrogeno. Tratterà circa 256.000 t/a, il costo di realizzazione è stimato in 440M/€.  L’etanolo prodotto può essere utilizzato nella produzione di nuovi polimeri riciclati.

Distretto circolare Pontedera: progetto “Waste to methanol” che prevede l’ipotesi di fattibilità di un impianto di riciclo chimico ad altissima tecnologia che tratta gli scarti provenienti dagli impianti di trattamento e riciclo delle raccolte differenziate e gli scarti derivanti dal trattamento del rifiuto indifferenziato residuo, in metanolo, con possibilità di produzione di idrogeno.  Tratterà circa 256.000 t/a, il costo di realizzazione è stimato in 385M/€. Il metanolo ottenuto è un vettore energetico e può essere utilizzato sia nella realizzazione di biocarburanti che di carburanti di carbonio riciclato. Il Distretto prevede una forte integrazione con le filiere circolari locali. 

Idrogeno a basse emissioni | Nextchem

NextChem, il collegamento ideale tra il mondo degli elettroni e il mondo delle molecole per la decarbonizzazione dell’industria

L’idrogeno si sta affermando come elemento chiave per la transizione energetica. L’idrogeno, infatti, si posiziona al centro delle sfide legate al riscaldamento globale e le sue caratteristiche lo rendono un vettore energetico fondamentale, in quanto è utilizzabile come combustibile e come feedstock in molti processi industriali, è immagazzinabile e trasportabile per lunghe distanze.

Secondo le previsioni pubblicate a novembre 2021 dall’Hydrogen Council, entro il 2050 la domanda di idrogeno rinnovabile o a basse emissioni potrebbe raggiungere circa 660 milioni di tonnellate, costituendo il 22% della domanda energetica finale a livello globale. Avrà un ruolo chiave nel processo di decarbonizzazione, può essere utilizzato nel settore dei trasporti, come materia prima in diversi settori industriali come quello siderurgico o chimico, o come building block per la produzione di molteplici prodotti, quali i fertilizzanti.

Nel 2020 la domanda globale di idrogeno ha raggiunto le 90 Mt, soddisfatta per la quasi totalità da una produzione da reforming del gas naturale, dalla gassificazione del carbone e dalla lignite. Nello stesso anno la produzione di idrogeno, data la presenza dominante di fonti fossili, ha emesso 900 Mt di emissioni climalteranti in atmosfera (IEA, 2021).

Per fare fronte alle sfide globali legate alla decarbonizzazione dell’industria tramite l’utilizzo dell’idrogeno, NextChem ha adottato un business model unico, capace di rispondere ai bisogni del nuovo mercato dell’idrogeno in via di sviluppo. Facendo leva sulle capacità del gruppo Maire Tecnimont, NextChem si posiziona sia come project developer e co-investitore nelle fasi di sviluppo dei progetti, come industrializzatore ed integratore di tecnologie innovative e, infine, come EPC contractor nelle fasi di realizzazione.

Grazie alle competenze tecniche proprie di una società di ingegneria leader nel settore dell’energia, della petrolchimica e dei fertilizzanti, Maire Tecnimont rappresenta il legame ideale tra il mondo delle rinnovabili e il mondo dell’industria di processo e si posiziona, tramite NextChem, come il partner ottimale per ogni tipo di progetto end-to-end legato alla decarbonizzazione dei processi industriali.

In particolare, per quanto riguarda i progetti che coinvolgono la produzione e l’utilizzo di idrogeno rinnovabile o a basse emissioni, l’offerta di NextChem si articola su diversi livelli:

Grazie all’organizzazione del Gruppo che integra diverse società con specifiche competenze, Maire Tecnimont attraverso NextChem è in grado di sviluppare, ingegnerizzare e realizzare soluzioni a base di idrogeno rinnovabile che includono l’intera catena del valore. L’offerta di NextChem, infatti, va dalla realizzazione di impianti di produzione di energia rinnovabile (solare ed eolico, attraverso Neosia Renewables), fino ad impianti di produzione di composti chimici ad alto valore aggiunto che utilizzano l’idrogeno rinnovabile o a basse emissioni come feedstock.

NextChem propone tre tecnologie per la produzione di tre differenti tipologie di idrogeno low carbon e da fonte rinnovabile, che consentono un’importante riduzione delle emissioni.

Il primo è l’Idrogeno Blu ElettricoTM, basato su un know- how tradizionale ma che prevede l’utilizzo di energia elettrica per alimentare le reazioni endotermiche del reforming del metano a vapore. L’architettura dell’Idrogeno Blu ElettricoTM è molto simile a quella dello steam reformer ma l’innovazione, oltre alla cattura della CO2 , è l’elettrificazione del processo, a cui si aggiunge anche la possibilità di utilizzare energia da rinnovabili per fornire il calore di reazione. L’ Idrogeno Blu ElettricoTM consente di ridurre del 45% le emissioni di CO2 rispetto al sistema tradizionale. Inoltre, grazie ad un efficace processo di cattura della CO2 , realizzato con una più alta pressione parziale, è possibile ottenere una ulteriore riduzione della CO2 emessa e l’energia necessaria per il processo è inferiore.

Questa tecnologia consente di:

Per quanto riguarda l’Idrogeno verde prodotto da elettrolisi dell’acqua e da fonti rinnovabili, NextChem ha accesso a tutte le tecnologie della catena di produzione disponibili sul mercato ed è in grado di ottimizzarne l’integrazione in ogni tipo di processo chimico e petrolchimico. L’elettrolisi dell’acqua è un processo elettrochimico che consente di trasformare l’energia elettrica in energia chimica. È la versione più sostenibile di produzione dell’idrogeno, i cui costi di fornitura energetica da FER e dell’elettrizzatore stanno decrescendo nel tempo, anche se l’utilizzo di energia da FER e relativa discontinuità di fornitura energetica hanno effetto diretto sui costi produttivi, ancora troppo alti rispetto ai costi di produzione dell’idrogeno grigio. Nonostante ciò, l’interesse verso la tecnologia è crescente, l’idrogeno verde compete sia con i combustibili fossili che con le altre sfumature di idrogeno, perché è l’unica opzione zero-carbon. Per una diffusa applicazione dell’idrogeno, è necessario produrne un volume tale da soddisfare la domanda dei processi industriali, sfruttando le sinergie settoriali, investendo sulla dimensione dei costi e fornendo flessibilità al sistema energetico. È importante che i principali attori siano gli EPC contractor, in quanto conoscono ogni fase dei singoli processi e le tecnologie funzionali alla produzione.

NextChem sta sviluppando diversi progetti per la produzione di idrogeno verde e la sua integrazione in processi chimici decarbonizzati, tra i quali la realizzazione di un impianto negli Stati Uniti con Enel Green Power North America, Inc. (EGPNA). Il progetto in questione prevede una fornitura di energia rinnovabile dall’impianto solare di EGPNA in America per la produzione di idrogeno verde da fornire ad una bio- raffineria (Per leggere il comunicato stampa clicca qui). Nel 2021 NextChem e MYTILINEOS hanno firmato un accordo per attività di ingegneria per lo sviluppo di un impianto di produzione di idrogeno verde via elettrolisi in Italia. L’impianto fornirà gli acquirenti locali un’alternativa di vettore energetico carbon neutral che potrebbe consentire una reale decarbonizzazione dei settori hard to abate (Per leggere il comunicato stampa clicca qui).

Un percorso complementare che NextChem sta sviluppando di fronte alla necessità di una produzione di idrogeno low carbon è quello rappresentato dall’Idrogeno CircolareTM. L’idrogeno circolare viene prodotto da syngas, ottenuto dalla conversione chimica del carbonio e dell’idrogeno contenuti nei rifiuti plastici e secchi non riciclabili (nel Combustibile Solido Secondario, nella frazione secca dei rifiuti solidi urbani, nei materiali plastici non riciclabili o nei materiali di scarto di operazioni di riciclo).

L’Idrogeno CircolareTM ha significativi vantaggi ambientali in quanto può contribuire a risolvere il problema dei rifiuti non riciclabili, ad oggi mandati all’incenerimento o smaltiti in discarica. I costi di produzione sono competitivi rispetto all’idrogeno tradizionale. La sinergia tra i due settori, quello della gestione e dello smaltimento dei rifiuti e quello dell’industria chimica, si traduce in una tecnologia molto promettente, che ben si adatta ai principi dell’economia circolare e che consente di ottenere una riduzione complessiva dell’impatto ambientale elevata, se confrontata con l’approccio tradizionale dell’incenerimento e della sintesi convenzionale di sostanze chimiche da materie prime fossili. Gli impianti per la produzione di idrogeno circolare potrebbero essere collocati nei tradizionali siti industriali energy-intensive, come le raffinerie, contribuendo alla loro decarbonizzazione, o vicino agli impianti di smistamento dei rifiuti ottimizzando i processi logistici nell’ottica di ridurre l’impronta carbonica anche dei trasporti.

Per maggiori informazioni sulla tecnologia Waste to Chemical: Waste to Chemical | Nextchem

NextChem ha inserito e integrato la tecnologia Waste to Chemical nel modello del Distretto Circolare Verde. Per scoprire di più sulla tecnologia e sul modello visita il sito https://www.distrettocircolareverde.it/tecnologie/

Per maggiori informazioni: hydrogen@nextchem.it

Riciclo chimico e biodigestori: le nuove tecnologie per chiudere il ciclo dei rifiuti in Toscana – Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile

In Toscana generiamo ogni anno circa 12,25 mln di ton di rifiuti (tra urbani e speciali), a fronte di una dotazione impiantistica cronicamente insufficiente a trattarli, soprattutto per quanto riguarda le frazioni non riciclabili meccanicamente, ovvero quelle soluzioni industriali ormai tradizionali che – si pensi al caso della plastica – selezionano, triturano, lavano e infine fondono i materiali raccolti da cittadini e imprese in modo differenziato per arrivare a generare nuovi prodotti.

Ma oltre al riciclo (meccanico) c’è di più: secondo lo studio appena presentato da Cispel e Confindustria Toscana in Consiglio regionale, per colmare il gap e arrivare a traguardare gli obiettivi europei sull’economia circolare al 2030 è necessario dotarci in primis di nuovi biodigestori (in grado di gestire almeno 700mila ton/anno di rifiuti) ed impianti di riciclo chimico o recupero energetico (per altre 597mila ton/anno). Di cosa si tratta?

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Riciclo chimico

Il riciclo chimico mediante la tecnologia waste to chemicals rappresenta una soluzione tecnologica che permette di chiudere il ciclo recuperando i rifiuti plastici e secchi non riciclabili meccanicamente. La tecnologia consente di trasformare il carbonio e l’idrogeno contenuti in questi rifiuti per ottenere molecole re-impiegabili come elementi di partenza per nuovi prodotti o carburanti sostenibili.

Si tratta di una tecnologia presentata lo scorso autunno dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa insieme a NextChem, ovvero la controllata della multinazionale italiana Maire Tecnimont che opera nel campo della chimica verde e della transizione energetica, in grado di valorizzare in modo più sostenibile quei rifiuti altrimenti destinati a termovalorizzazione o discarica, come plasmix (le plastiche difficili o impossibili da riciclare che residuano dalla raccolta differenziata) o CSS (il Combustibile solido secondario che si ottiene dal processo di trattamento meccanico biologico dei rifiuti indifferenziati).

A partire da un processo di ossidazione parziale (ovvero senza combustione completa), la tecnologia NextChem prevede la conversione chimica delle molecole di idrogeno, carbonio e ossigeno contenute in questi rifiuti – gli stessi elementi compongono oltre il 90% del corpo umano – in un gas di sintesi detto syngas, che è un prodotto chimico particolarmente pregiato: una volta purificato, il syngas può essere utilizzato tal quale (ad esempio in siderurgia, al posto del polverino di carbone o del gas naturale) oppure trasformato in prodotti come etanolo, metanolo e idrogeno, che rappresentano elementi chiave per la transizione ecologica, potendo trovare impieghi per chimica di base, carburanti sostenibili e molti altri processi produttivi.

Al contrario di quanto accade con la termovalorizzazione dei rifiuti (una tecnologia molto diversa dal riciclo chimico, come chiarito sin dalla direttiva CEE 75/2010), questa soluzione permette di evitare emissioni di inquinanti in atmosfera e di ridurre complessivamente – considerando anche quelle evitate a monte e a valle del processo, ovvero guardando all’intera analisi del ciclo di vita (Lca) – fino al 90% le emissioni di CO2 in atmosfera; la CO2 emessa dall’impianto di riciclo chimico è quasi esclusivamente una CO2 pura, che, anziché rilasciata in atmosfera, può essere liquefatta o compressa e impiegata per altri usi (dalla concimazione carbonica per le serre agricole alla refrigerazione).

Anche la maggior parte degli scarti solidi che esitano dal processo waste to chemicals possono essere re-impiegati in ottica circolare: si tratta di residui vetrificati da frazione inerte (idonei come materia prima seconda in campo edile-civile), zolfo (recuperabile nell’industria chimica) e fanghi (residui presenti nei rifiuti che vengono eliminati con il lavaggio per la purificazione del syngas e poi mandati a smaltimento, una quota molto piccola che rappresenta il 4% dei rifiuti in ingresso). Un approccio circolare a tutto tondo che si può integrare anche con altre tecnologie green, come il riciclo meccanico e l’elettrolisi per produrre idrogeno verde da rinnovabili, tanto che da NextChem parlano di Distretti circolari verdi più che di un impianto industriale operante in solitaria. […]

La Toscana si candida a capofila degli ecodistretti (di G. Galeazzi) – HuffPost Italia (huffingtonpost.it)

L’obiettivo è rilanciare la geotermia e ricavare materie prime dai rifiuti

Si chiamano ecodistretti industriali e puntano a riconvertire i poli produttivi tradizionali basati sulle fonti fossili offrendo nuove opportunità economiche. Il vecchio modello produttivo lineare era basato su una sequenza lineare: estrazione di materie prime, produzione di beni di consumo, rifiuti gettati senza farsi domande sugli effetti sull’ambiente. La nuova proposta parte dalle teorie espresse già negli anni ’60 dall’economista Kenneth E. Boulding sulla circolarità delle risorse e poi, nel 1972, dal rapporto “I limiti dello sviluppo” promosso dal Club di Roma, un’anticipazione sulle conseguenze della crescente scarsità delle risorse e dell’inquinamento crescente.

L’eco-distretto industriale rappresenta un’ulteriore evoluzione basata sui legami fra nuove infrastrutture industriali, smart cities, energie rinnovabili, economia circolare, innovazione e ricerca, smart mobility, sviluppo sostenibile. E l’Italia degli ecodistretti trova terreno fertile in Toscana. Agricoltura, produzioni agroalimentari, energia, rifiuti, si amalgamano valorizzando uno straordinario patrimonio di paesaggi, luoghi ed eccellenze dei territori.

Dal sistema agroalimentare un terzo delle emissioni serra

L’intero sistema agroalimentare, dal campo alla tavola passando per la lavorazione e il trasporto, assorbe oggi circa un terzo del consumo globale di energia e dei gas serra prodotti. Il cibo che portiamo in tavola, dunque, incide notevolmente sulla crisi climatica in atto, e ridurne l’impronta carbonica rappresenta un passo importante per raggiungere gli obiettivi climatici fissati dalla Cop 26 di Glasgow.

Sotto questo profilo la geotermia – spiega Luca Guglielmetti, geologo e ricercatore all’Università di Ginevra sul sito del Consorzio per lo Sviluppo delle Aree Geotermiche (www.cosvig.it) – “ha un potenziale ancora inesplorato per quanto riguarda gli usi diretti del calore nel settore agroalimentare. Anche se le applicazioni dell’energia geotermica nella filiera coprono una varietà piuttosto ampia, questa fonte rinnovabile contribuisce oggi solo in minima parte alla trasformazione energetica del comparto nel suo complesso”.

La Comunità toscana del cibo a energie rinnovabili

Un esempio della diffusione delle buone pratiche, coniugando geotermia e produzioni agroalimentari viene dall’esperienza della Comunità toscana del cibo a energie rinnovabili (Ccer). Nata nel 2009 grazie a un’intesa tra Slow Food Toscana, Fondazione Slow Food per la Biodiversità e Cosvig, la Ccer è la prima comunità mondiale del cibo ad energia pulita e rinnovabile che insiste sui metodi di produzione oltre che sui prodotti.

La Comunità toscana del cibo a energie rinnovabili riunisce aziende che per le proprie produzioni (le più svariate: dal basilico ai cereali, dalla pizza all’olio d’oliva, dal vino alla birra) utilizzano esclusivamente energie rinnovabili e materie prime locali. Per queste sue specificità, anche Legambiente, nel suo Report 2021 dedicato alle Comunità Rinnovabili, ha scelto di premiare la Ccer, segnalando in particolare la cooperativa Parvus Flos, azienda agricola biologica che produce basilico e pesto, piante aromatiche e ornamentali in serre geotermiche. Altri riconoscimenti sono andati a Vapori di birra, primo birrificio artigianale italiano che impiega vapore geotermico come fonte primaria di energia, e a Serraiola Wine, azienda a conduzione familiare che, dalla fine degli anni ’60, privilegia colture viticole e olivicole servendosi, per l’approvvigionamento elettrico, di un impianto fotovoltaico.

In Toscana la geotermia – l’uso del vapore e delle acque calde sotterranee per produrre elettricità e climatizzare case e aziende – è stata utilizzata per la prima volta per la produzione di elettricità nel luglio 1904: il principe Piero Ginori Conti sperimentò il primo generatore geotermico a Lardarello, in provincia di Pisa. La geotermia è una delle poche risorse rinnovabili in grado di funzionare 24 ore su 24, tutto l’anno ma attualmente solo 944 MW sono installati in Italia e hanno una produzione equivalente a quella di 6 GW di fotovoltaico.

La geotermia è bloccata da 10 anni

La geotermia, secondo una stima prudenziale dell’Unione geotermica italiana, potrebbe fornire all’Italia almeno altri 5 GW di elettricità rinnovabile e programmabile, cioè l’equivalente di circa 30 GW di solare. Ma da circa 10 anni non viene installato nulla. La principale ragione della rinuncia all’utilizzo della geotermia è attribuita all’ostilità che i nuovi progetti incontrano da parte delle popolazioni e delle autorità locali. Una campagna, andata avanti negli anni scorsi, ha dipinto la geotermia come inquinante per il rilascio di gas contenenti idrogeno solforato o mercurio. E dopo che questo problema è stato superato con l’uso di filtri che abbattono al 95% questi gas (peraltro presenti nelle manifestazioni idrotermali spontanee nelle stesse aree), è stato affermato che le centrali geotermiche emetterebbero più CO2 di quanta ne fanno risparmiare, a causa della degassazione del vapore estratto dal sottosuolo.

In realtà “non solo le centrali geotermiche non rilasciano più CO2 di quanta ne rilascerebbe in loro assenza il terreno in cui si trovano – spiega il geochimico Alessandro Sbrana dell’Università di Pisa – ma a lungo andare addirittura riducono il rilascio di questo gas”. Una conferma viene da due ricerche (pubblicate sulla rivista Energies e sul Journal of Volcanology and Geothermal Research) condotte da un team di ricercatori di Università di Pisa, Politecnico di Milano e La Sapienza di Roma, con finanziamenti Enel, coordinate da Alessandro Sbrana e Paola Marianelli. Le ricerche, presentate in un workshop il 13 e 14 dicembre scorso, hanno riguardato le zone di Larderello e del Monte Amiata dove si trovano buona parte degli impianti toscani.

“Abbiamo ricostruito le emissioni di CO2 precedenti alla produzione geotermoelettrica”, ha spiegato Sbrana. “Dai dati appare evidente che le emissioni delle centrali geotermoelettriche abbiano sostituito quelle naturali”. Questi studi rappresentano quindi una svolta scientifica per la geotermia: dimostrano che nelle aree geotermiche toscane le emissioni naturali di gas serra (CO2 e CH4) non aumentano in relazione all’attività geotermica, ma restano costanti ripartendosi tra emissioni naturali ed emissioni dagli impianti geotermici.

Il distretto del calore naturale

L’assessora toscana all’Ambiente Monia Monni ha riconosciuto che “la geotermia è un asset strategico attorno al quale dovrà ruotare l’intera transizione ecologica della Toscana. Investire sulla geotermia significa rendere i territori più attrattivi: un’opportunità di sviluppo su cui tutti i cittadini dovranno essere pienamente informati”.

La geotermia toscana – un vero e proprio distretto – conta attualmente 34 centrali gestite da Enel Green Power. Con i suoi 6 miliardi di KWh prodotti ogni anno soddisfa, a livello regionale, circa il 34% del fabbisogno elettrico e rappresenta il 70% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. Inoltre fornisce calore per riscaldamento e acqua calda utile a oltre 10 mila utenze, 30 ettari di serre e aziende della filiera agroalimentare e dell’artigianato.

Anche i rifiuti possono dar vita a un distretto. Ne è convinto il presidente di Maire Tecnimont Fabrizio Di Amato, secondo il quale “i rifiuti sono il petrolio del terzo millennio”. Come? Utilizzando una tecnologia grazie alla quale si recuperano il carbonio e l’idrogeno contenuti nei rifiuti plastici e secchi che non sono riciclabili meccanicamente, trasformandoli in gas di sintesi e poi ricavando da questi gas “molecole circolari” che sono materie prime utili per ottenere prodotti come idrogeno, metanolo o etanolo.

Chiudere il ciclo dei rifiuti

Per NextChem, società del gruppo Maire Tecnimont, “oggi la Toscana ha un’opportunità storica di chiudere il ciclo dei rifiuti grazie a nuove tecnologie impiantistiche che rispondono agli obiettivi di economia circolare e di decarbonizzazione dell’Unione europea”, come emerso in occasione di un convegno che si è tenuto a Pisa lo scorso anno presso la Scuola Superiore Sant’Anna.

NextChem propone un modello di distretto circolare verde in grado di ricavare dai rifiuti nuovi prodotti circolari e a basse emissioni per la transizione ecologica. Il cuore del distretto è il riciclo chimico: “La tecnologia di conversione chimica per la produzione di molecole circolari è un’innovazione di NextChem che si basa su processi consolidati”, ha detto Pierroberto Folgiero, ceo di Maire Tecnimont e di NextChem in occasione del convegno a Pisa. “Si tratta di una soluzione che contribuisce sia alla riduzione dello smaltimento dei rifiuti in discarica sia alla decarbonizzazione dell’industria e dei trasporti, necessaria al raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni”.

Quanto al consenso sociale, l’unica strada percorribile, e non solo per NextChem, passa dalla trasparenza e dalla condivisione con il territorio dei benefici socioeconomici oltre che ambientali. E proprio di infrastrutture per l’economia circolare si parlerà a Firenze il primo marzo in occasione di un convegno promosso dal Consiglio regionale della Toscana che presenterà un rapporto di Ref Ricerche promosso da Confindustria Toscana e Confservizi Cispel Toscana su “La gestione efficiente del ciclo ambientale verso Toscana 2030: sfide, opportunità e costi del non fare”. Parteciperanno il presidente del Consiglio regionale, l’assessora all’Ambiente Monia Monni, i capigruppo del Consiglio Regionale, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Il convegno sarà trasmesso in streaming dai canali social del Consiglio regionale della Toscana.

Su Green&Blue di Repubblica si parla del nostro modello di Distretto Circolare Verde. Con il modello sviluppato da NextChem, riciclando la plastica e recuperando rifiuti non riciclabili è possibile produrre nuovi polimeri #riciclati di alta qualità, prodotti chimici circolari e a basse emissioni utili all’industria e carburanti low carbon come #idrogeno, metanolo, etanolo. Il Distretto Circolare Verde è un modello ambientalmente sostenibile e può portare benefici all’economia e alla società, aumentando la quota di economia circolare, creando occupazione e aiutando le economie locali. Inoltre, può facilitare il percorso di decarbonizzazione dei siti tradizionali esistenti attraverso una loro riconversione in chiave green.

Scoprilo qui: https://lab.greenandblue.it/2022/industria-vecchi-siti-diventano-green/

Produrre idrogeno dai rifiuti – ItaliaOggi.it

Il processo si chiama Waste to chemical. E permette di produrre idrogeno dai rifiuti. Genova potrebbe essere la prima città in Italia a sperimentare una nuova tipologia di impianti di riciclo nella zona del porto. L’utilizzo di simili strutture, della capacità di circa 160-200 mila tonnellate, arriva dal Giappone. E rientra nel nuovo piano regionale del ciclo dei rifiuti approvato poche settimane fa dalla Regione Liguria.

L’obiettivo è rendere la Liguria autonoma nello smaltimento dei rifiuti, interrompendone l’invio fuori regione e minimizzando gli impatti ambientali. L’iter si annuncia complesso. Ma la Regione pare decisa a proseguire nella definizione del progetto che prevede l’installazione dell’impianto.

I vertici istituzionali liguri, in particolare il governatore Giovanni Toti e il sindaco di Genova, Marco Bucci, entrambi esponenti del centrodestra, ne hanno parlato al ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Sul dossier sarebbero già al lavoro i tecnici di Iren e di NextChem, società del gruppo Maire Tecnimont che ha messo a punto la tecnologia Waste to chemical.

La giunta regionale, per avviare il progetto, intende sfruttare le risorse messe a disposizione dal Pnrr nel capitolo «miglioramento della capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e avanzamento del paradigma dell’economia circolare». Nello specifico si punta a ottenere parte dei 1,5 miliardi di euro stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per la realizzazione di nuovi impianti per la gestione dei rifiuti e l’ammodernamento di strutture esistenti, oppure una quota dei 600 milioni destinati alla «realizzazione di progetti faro di economia circolare per filiere industriali strategiche».

Secondo l’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, il progetto «sta a metà tra la produzione di idrogeno e di biometanolo. Un tema che andrà molto discusso, ma che perlomeno ha aperto il dibattito. Il prodotto non viene bruciato, ma trasformato: si tratta di un impianto chimico, che ha quindi delle criticità da sviscerare. Ho chiesto al ministro Roberto Cingolani che questa iniziativa di chiusura del ciclo diventi un progetto pilota per il paese».

Lo stesso Giampedrone ha ammesso che al momento il progetto è nella fase iniziale del suo iter, e che riuscire ad arrivare in fondo è tutt’altro che scontato. Secondo la Regione, però, i tempi sono stretti. Per due ragioni: innanzitutto perché la finestra temporale per candidare l’iniziativa alle risorse del Pnrr si chiude il prossimo 14 febbraio. E in secondo luogo perché, in caso positivo, l’opera dovrà essere realizzata entro il 2026.

Come ha riportato il Secolo XIX, i tecnici della Regione Liguria hanno già elencato le caratteristiche del polo di trasformazione: l’impianto dovrebbe essere in grado di processare dalle 160 alle 200 mila tonnellate di rifiuti l’anno, sullo schema delle strutture presenti in Giappone, per un investimento stimato in circa 300 milioni di euro, di cui la metà proveniente dai fondi europei per la ripresa dell’Italia. Le aree individuate per ospitare l’impianto di riciclo sarebbero due: l’ex-Ilva di Cornigliano e Vado Ligure. In entrambi i casi si tratterebbe di zone adiacenti ai rispettivi porti.

L’industria toscana può rinascere dai rifiuti, coi Distretti circolari verdi di NextChem – Greenreport:
economia ecologica e sviluppo sostenibile

Folgiero: «Comunicazione e processi decisionali condivisi sono di fondamentale importanza, il momento storico è unico e dobbiamo far capire qual è il valore di un impianto con basse emissioni di CO2»

Puntare sull’innovazione per chiudere il ciclo della gestione rifiuti e dare al contempo nuova vita ai siti industriali toscani in difficoltà, magari perché legati a un insostenibile passato alimentato dai combustibili fossili. È questo il cuore della proposta presentata oggi da NextChem – la controllata della multinazionale italiana Maire Tecnimont – in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

«Quella dell’economia circolare è una transizione chiave, che ci permette di fare meglio quello che già facevano i nostri genitori, ovvero non sprecare niente – esordisce Marco Frey, coordinatore del Laboratorio sulla sostenibilità della Sant’Anna – Una transizione che richiede il contributo di istituzioni, cittadini-consumatori e imprese, come NextChem, che si propongono come protagoniste».

Una transizione che in Toscana potrebbero trovare terreno particolarmente fertile, viste le esigenze insoddisfatte sul territorio in termini sia di gestione rifiuti sia di industrializzazione sostenibile. Ogni anno in regione si generano infatti 2,28 mln di ton di rifiuti urbani, cui si aggiungono almeno altre 10,1 mln di ton rifiuti speciali; rifiuti che in larga parte non sappiamo come gestire, con forti difficoltà in particolare sulle frazioni non riciclabili, che in larga parte gettiamo in discarica o esportiamo fuori confine.

Anche i siti brownfield, ovvero aree industriali in declino o abbandonate e sovente inquinate, abbondano; basti guardare ai Sin ancora da bonificare, che occupano una superficie pari a oltre 1.680 campi da calcio. Aree in difficoltà, eppure preziose: qui vivono ancora porti, poli logistici, competenze industriali da poter recuperare. Per un’economia davvero circolare che sappia non solo dare nuovo valore ai rifiuti, ma in primis alle persone, superando quell’indifferenza insita nella “cultura dello scarto” come la chiama Papa Francesco.

«La presenza di industrie storiche da riconvertire e l’infrastruttura logistica esistente suggeriscono l’individuazione di soluzioni che possono portare la Toscana all’avanguardia nella transizione ecologica e al contempo rispondere ad esigenze di tutela e sviluppo occupazionale», spiega nel merito Fabrizio Di Amato, presidente del gruppo Maire Tecnimont.

Il Distretto circolare verde proposto da NextChem (con 12 progetti in studio su 9 regioni, Toscana compresa) può includere diverse tecnologie per realizzare prodotti della chimica verde, a partire da metanolo e idrogeno. Al cuore del Distretto c’è il riciclo chimico, ovvero una soluzione tecnologica che permette di spezzare la struttura chimica dei rifiuti non riciclabili per ottenere molecole più piccole, re-impiegabili come elementi di partenza per nuovi prodotti o carburanti sostenibili.

Anche in quei rifiuti che oggi non riusciamo a riciclare meccanicamente abbondano infatti carbonio, idrogeno e ossigeno – gli stessi elementi che compongono oltre il 90% del corpo umano –, che attraverso il riciclo chimico è possibile estrarre e riutilizzare in nuovi cicli produttivi.

«La tecnologia di conversione chimica per la produzione di molecole circolari è un’innovazione di NextChem che si basa su processi consolidati – argomenta Pierroberto Folgiero, ceo di Maire Tecnimont e NextChem – È una soluzione che contribuisce sia alla riduzione dello smaltimento dei rifiuti in discarica e sia alla decarbonizzazione dell’industria e dei trasporti».

Avremmo ad esempio la possibilità di produrre direttamente in Toscana carburanti avanzati a basse emissioni, e metterli a disposizione disponibili per poli logistici e portuali, o realizzare un’hydrogen valley a supporto dell’industria e della mobilità per i cittadini.

Queste le potenzialità, mentre le criticità per trasformare l’innovazione in industria restano quelle storiche: il profilo autorizzativo – con le varie ondate di “semplificazioni” che ancora non sono riuscite a snellire l’iter di permitting – e quello del consenso sociale, minato da anni di giustificata sfiducia verso istituzioni e imprese.

Per quanto riguarda il permitting, in Toscana si sta aprendo una finestra unica nella gestione rifiuti: la Regione ha annunciato che entro metà ottobre bandirà un avviso per chiedere alle imprese che hanno soluzioni tecnologiche innovative di farsi avanti, e NextChem appare come una candidata naturale.

E sul fronte del consenso sociale? L’unica strada percorribile, e non solo per NextChem, passa dalla trasparenza e dalla condivisione dei benefici socioeconomici (e non solo ambientali) col territorio.

«Per arrivare a rifiuti zero a smaltimento occorre fare mille impianti di riciclo – commenta il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, intervenuto a conclusione dell’evento – Dobbiamo evitare che il Paese entri in una guerra civile a causa di sindromi Nimby e Nimto contro le decine di migliaia di infrastrutture che dovremo costruire col Pnrr e non solo; occorre dunque aprire una grande stagione di partecipazione per coinvolgere i cittadini, e spiegargli perché questi impianti sono utili per la transizione ecologica».Quello posto da Ciafani rappresenta un tema che è stato ricorrente tra gli interventi che hanno affollato la tavola rotonda conclusiva, e che NextChem sembra prendere sul serio proprio a partire dal partecipato convegno pubblico che ha segnato oggi la presentazione della tecnologia in Toscana. «Comunicazione e processi decisionali condivisi sono di fondamentale importanza, il momento storico è unico e dobbiamo far capire qual è il valore di un impianto con basse emissioni di CO2», conclude Folgiero. E per saperne di più, c’è già un sito dedicato: https://www.distrettocircolareverde.it/.

L’11 ottobre alla Scuola Superiore Sant’Anna di #Pisa, parleremo del nostro modello di Distretto Circolare Verde. Un #modello di rilancio #green dell’industria e di #transizione verso l’#economiacircolare. La #chimicaverde per la chiusura del ciclo dei #rifiuti.
Registrati qui per partecipare all’evento: https://lnkd.in/eUjjucjq

NextChem e JFE Engineering Corporation hanno firmato un accordo per la produzione di prodotti chimici a bassa impronta carbonica, con l’obiettivo di fornire una piattaforma tecnologica integrata per la tecnologia Waste to Chemical. Scopo dell’accordo è quello di sviluppare congiuntamente il modello che vede nei rifiuti una risorsa per la produzione di carburanti avanzati, idrogeno, fertilizzanti e prodotti chimici low carbon. Il processo di conversione chimica dei rifiuti in gas di sintesi e l’utilizzo di questo intermedio per la produzione di idrogeno circolare, carburanti avanzati e molti altri prodotti consente di contribuire alla decarbonizzazione dei processi produttivi e di migliorare l’impatto carbonico in fase di utilizzo finale dei prodotti.

A proposito di elettrolisi, NextChem e Enel Green Power North America, Inc. (EGPNA) hanno firmato un Protocollo d’Intesa per un progetto per la produzione di idrogeno verde tramite elettrolisi, che dovrebbe essere operativo nel 2023. Il progetto utilizzerà l’energia rinnovabile generata da uno degli impianti solari di EGPNA negli Stati Uniti per produrre l’idrogeno verde che verrà fornito a una bioraffineria. L’accordo prevede che NextChem svolga la funzione di partner tecnologico e di ingegneria, oltre che full turnkey EPC (Engineering, Procurement and Construction) contractor, fornendo a Enel Green Power l’assistenza tecnica necessaria per lo sviluppo e la realizzazione del progetto.